IL PROGETTO ACCADEMICO COME ATTUAZIONE DELLA CARITÀ INTELLETTUALE

VITTORIO BERTOLINI

Il momento fondativo di un’Accademia, impone alcune riflessioni concernenti certamente le finalità culturali che lo giustificano, ma anche le più profonde motivazioni che danno un senso a tale iniziativa.

Oggi il termine Accademia ha in gran parte smarrito il suo senso originario, legato alla trasmissione elitaria del sapere all’interno di un circolo privilegiato di sapienti e/o aspiranti tali: il nome, infatti, risale alla scuola fondata in Atene nel 387 a.C. da Platone in un edificio in precedenza utilizzato come mausoleo dell’eroe Accademo. In tale scuola il sapere era custodito gelosamente, tanto che, nei secoli successivi alla sua prima fondazione, le varie Accademie, che ad essa si ispiravano, arrivarono spesso a vietare la trasmissione scritta delle discussioni e delle ricerche che ivi venivano compiute: sintomatica, sotto questo profilo, può essere la figura di Ammonio Sacca, maestro di Plotino, che pretendeva dai suoi discepoli addirittura un giuramento di segretezza circa tutto ciò che nella scuola veniva discusso, giuramento cui si attenne a lungo pure Plotino. Tanta segretezza aveva, probabilmente, ragion d’essere vista la natura esoterica dei temi trattati che avrebbe potuto creare problemi con le autorità politiche e religiose e portare, magari, alla condanna per blasfemia dei suoi membri o, come era avvenuto con la scuola pitagorica (che, in un certo senso, può dirsi anticipatrice dell’Accademia platonica), alla distruzione della stessa.

Dall’Accademia, in seguito alla morte del fondatore, si venne gradualmente distaccando una frangia dissidente di suoi membri, guidata dal discepolo più dotato di Platone, Aristotele, il quale, a sua volta diede origine ad una scuola chiamata Liceo (perché edificata in un bosco sacro ad Apollo Licio) o anche Peripato (dalla passeggiata alberata che conduceva alla scuola).

Benché Accademia e Liceo seguissero vie e metodologie diversissime, anche quest’ultimo teneva gelosamente custodite le proprie ricerche, benché tutte trascritte in libri custoditi nella biblioteca.

Nel medioevo, dall’accordo di ecclesiastici e borghesi, nacque l’Università, come centro di formazione di un sapere “universale”, un sapere che trovava il proprio vertice nel diritto, nella filosofia e nella teologia.

L’insegnamento vi era condotto attraverso la discussione di Quaestiones, secondo criteri di rigore logico argomentativo che affondavano le loro radici nella metodologia aristotelica del Liceo.

La contrapposizione Accademia – Liceo/Università venne quindi a caratterizzare la cultura umanistico-rinascimentale: la riscoperta dei classici e della lingua greca portò ad un acuirsi della contrapposizione tra platonici ed aristotelici, i primi raccolti in Accademie, sorrette dal mecenatismo delle casate nobiliari; i secondi, invece, predominanti nell’ambiente universitario in cui la lettura di Aristotele era filtrata dall’opera critica di san Tommaso d’Aquino.

La contrapposizione, però, venne via via perdendo il suo significato e nel XVIII secolo di fatto si poteva dire del tutto superata e nella nostra epoca non è avvertita più, tant’è che oggi si parla di titoli accademici per indicare i titoli conseguiti nelle università e gli stessi anni di studio del percorso formativo universitario sono chiamati anni accademici.

Resta ancora, però, la natura di “Circolo” propria dell’Accademia, in cui il percorso di crescita non è legato ad un percorso formativo ben definito, ma piuttosto alla collaborazione volontaria e disinteressata dei membri che la compongono.

È quindi perfettamente normale e non contraddittorio oggi che una persona sia latrice di una formazione liceale/universitaria e sia membro di un’accademia.

La domanda che ora si pone è: quale senso può avere un’accademia che, a differenza di un’università, non conferisce titoli spendibili in ambito lavorativo?

La risposta a questa questione ce la fornisce proprio il beato Antonio Rosmini che, da parte sua, si adoperò molto alla nascita e allo sviluppo di accademie, anche se con esiti che non furono pari alle attese.

Le accademie hanno il fondamentale compito di assolvere, anche se in concorso con altre istituzioni, al dovere morale della CARITÀ, e, nella fattispecie, a quello della CARITÀ INTELLETTUALE.

Rosmini riteneva che dal comandamento nuovo dell’amore fraterno scaturisse il dovere morale della carità, via per giungere al Logos, cioè alla Verità somma di Dio: essa però non può essere limitata alla CARITÀ TEMPORALE ovvero MATERIALE, che è necessaria a soccorrere gli indigenti nelle loro esigenze vitali primarie, ma deve guardare all’uomo come creatura dotata di ragione, una ragione che deve essere aiutata e guidata nella sua crescita attraverso la CARITÀ INTELLETTUALE

Nelle Costituzioni dell’Istituto della Carità, al n. 799, Rosmini scrive:

«Poiché la carità è via alla verità e sua pienezza, la Società che prende il nome dalla carità deve custodire in modo preclaro, contemplare e indagare la verità, ed essere ottima ed instancabile promotrice della cognizione della verità fra gli uomini. Di qui deriva il genere di carità che abbiamo chiamato intellettuale, il quale tende immediatamente a illuminare e arricchire di cognizioni l’intelletto umano».

Infatti non è soltanto l’indigenza materiale a rendere grama la vita umana e a spingere molti al male, ma è anche l’ignoranza che rende gli uomini gretti ed ottusi.

Ovviamente la CARITÀ INTELLETTUALE non sostituisce quella TEMPORALE, ma la integra, benché tale integrazione sia ancora imperfetta senza un grado superiore che tende a portare l’animo umano ad elevarsi al di sopra della miseria del materialismo e a guardare più in alto, verso la trascendenza e cioè la CARITÀ SPIRITUALE.

Tuttavia la CARITÀ SPIRITUALE non può prescindere da quella INTELLETTUALE poiché la cura dello spirito mira alla VERITÀ e la VERITÀ supera certamente la ragione, ma, come ben diceva san Tommaso d’Aquino (che Rosmini qui fa proprio), non può mai andare contro di essa.

Ogni Verità è quindi avvicinabile (anche se non esauribile) dalla ragione, tanto che una Verità accolta in modo irrazionale diverrebbe una forma di superstizione!

Tuttavia, se la “ricchezza” intellettuale è strumento di promozione della persona e di suo avvicinamento al Bene, è altrettanto vero che, come diceva Blaise Pascal, per molti uomini eruditi il sapere può diventare motivo di miseria.

Se, infatti, l’uomo colto pretende di esaurire tutto nell’ambito della sola ragione umana e non si apre ad una verità superiore, tutto il suo sapere diviene miseria ed ecco perché occorre che alla CARITÀ TEMPORALE e a quella INTELLETTUALE segua e faccia da culmine la CARITÀ SPIRITUALE.

Nelle Costituzioni dell’Istituto della Carità (ai numeri 593-597, il beato Rosmini chiarisce molto bene la funzione e l’importanza dei tre gradi di carità:

“593. Gli uffici di carità, rispetto al bene del prossimo, a cui tendono direttamente, sono di tre specie. La prima specie comprende quegli uffici che tendono a giovare immediatamente al prossimo in ciò che riguarda la vita temporale: e questa si può chiamare carità temporale. 

  1. La seconda specie comprende quegli uffici che tendono a giovare immediatamente al prossimo nella formazione del suo intelletto e nello sviluppo delle sue facoltà intellettuali: e questa si può chiamare carità intellettuale.
  2. La terza specie comprende gli uffici di carità che tendono a giovare al prossimo in ciò che spetta alla salvezza delle anime: e questa si può chiamare carità morale spirituale. Chiamiamo morale quella carità che dispone l’uomo a compiere i doveri morali, e spirituale la medesima carità elevata all’ordine soprannaturale, per cui l’uomo aderisce a Dio, ciò a cui tendono i mezzi religiosi con cui l’uomo, ottenuta la divina grazia, può adempiere gli obblighi morali. In ciascuna di queste specie, l’ufficio di carità può comprendere uno o più atti, e richiedere stabilmente una o più persone continuamente o successivamente […].
  3. La carità spirituale tende a dare al prossimo ciò che è bene di per sé e solo bene, cioè la vita eterna. Invece la carità temporale e l’intellettuale offrono agli uomini soltanto beni relativi e parziali, che si possono dire beni solo in quanto sono ordinati con l’intenzione al bene assoluto della carità spirituale e ad esso in qualche modo dispongono. Perciò, parlando in senso stretto, le tre suddette specie di carità appartengono ad una sola, come abbiamo detto in precedenza (parte VI, cap. IV), e quindi dobbiamo esercitare la carità temporale e l’intellettuale solo al fine di salvare le anime e di onorare nelle persone il nostro Dio e Signore GESÙ, che volle prendere su di sé i bisogni di tutti noi.
  4. La principale e suprema specie di carità è la terza, che tende ad un bene più grande e più vero; poi eccelle la seconda specie, perché la formazione dell’intelletto è la più importante delle cose temporali e serve più da vicino alla specie suprema; la prima invece è la minima specie di carità.”.

Da quanto appena esposto si comprende bene qual sia l’importanza che assume la collaborazione intellettuale nella ricerca caritatevole della Verità e questo, da solo, è motivo più che sufficiente a spiegare la costituzione in Rovereto, città natale di Rosmini, di un’accademia che raccolga l’auspicio rosminiano e se ne faccia, in un certo senso, e senza arroganza, sua erede.

A conclusione, mi piace ricordare come nell’Angelus del 18 novembre 2007, il sommo pontefice Benedetto XVI, abbia celebrato la figura del nuovo beato Antonio Rosmini, proprio sottolineando la sua grande CARITÀ INTELLETTUALE:

“Testimoniò la virtù della carità in tutte le sue dimensioni e ad alto livello, ma ciò che lo rese maggiormente noto fu il generoso impegno per quella che egli chiamava ‘carità intellettuale’, vale a dire la riconciliazione della ragione con la fede.

Il suo esempio aiuti la Chiesa, specialmente le comunità ecclesiali italiane, a crescere nella consapevolezza che la luce della ragione umana e quella della Grazia, quando camminano insieme, diventano sorgente di benedizione per la persona umana e per la società”.

Nella speranza che anche il nostro piccolo e modesto lavoro possa contribuire a realizzare il grande disegno del beato Antonio Rosmini, auguro a tutto il nostro consesso e a coloro che in futuro vorranno prenderne parte, un fruttuoso lavoro con l’aiuto dell’illuminazione Signore.

Prof. Vittorio Bertolini

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