RIPARTIRE DA ROSMINI

 

 

PADRE GIOVANNI SCALESE

Non sono uno specialista di ANTONIO ROSMINI. Lo conosco come può conoscerlo un docente di filosofia nei licei; ma non posso dire di aver approfondito il suo pensiero. È vero, mi sono laureato in filosofia all’Università di Bologna (1991) con una tesi che, in qualche modo, lo riguardava; ma si trattava di una dissertazione piú a carattere storico che filosofico: Il rosminianesimo nell’Ordine dei Barnabiti. Ma proprio questa ricerca storica mi ha dato la possibilità di accostare il grande filosofo, di percepirne la grandezza umana e spirituale, e di apprezzarne il pensiero.

Proprio perché mi sono occupato dei rapporti reciproci fra Rosmini e l’Ordine religioso a cui mi onoro di appartenere, vorrei iniziare la mia breve riflessione a partire dalle considera-zioni che fece, nel 1877, un mio illustre confratello, il Padre CESARE TONDINI DE’ QUARENGHI. Quando Rosmini morì (1855), Tondini aveva 16 anni: era nato a Lodi nel 1839; aveva compiuto i suoi studi di base presso i Barnabiti: prima al Collegio San Francesco, nella sua città natale, e poi al Collegio Longone di Milano. In quest’ultimo, fra i docenti, c’era il Padre MICHELANGELO MANZI, che era stato in contatto col Rosmini e, attraverso l’insegnamento, ne diffondeva il pensiero; il rettore del Collegio poi era il Padre ALESSANDRO PIANTONI, che, oltre ad essersi incontrato più volte col Rosmini e aver intrattenuto un carteggio con lui, lo aveva assistito sul letto di morte. Nel 1855 Tondini terminava i suoi studi al Longone ed entrava nel noviziato dei Barnabiti di Monza, dove ebbe come direttore spirituale il Padre LUIGI MARIA VILLORESI, che, fra i Barnabiti rosminiani, fu certamente il più benemerito, sia perché diede un contributo significativo alla diffusione, soprattutto fra il clero, della filosofia del Roveretano, sia perché, a causa di questo, dovette molto soffrire. Si può quindi capire come, a contatto con tanti ammiratori di Rosmini, il Padre Tondini divenne, a sua volta, un convinto rosminiano.

Ebbene, nel 1877, il Tondini scrisse una lettera all’Ateneo religioso illustrato di Torino, nella quale esprimeva concisamente la sua posizione nei confronti della filosofia rosminiana. Nel suo breve scritto, egli definiva le opere del Rosmini «un vero tesoro per la Chiesa, tesoro che sarà meglio conosciuto e apprezzato in avvenire». E aggiungeva: «Iddio stesso si incaricherà di svelare quali fini Egli si proponeva, dotando in tempo la sua Chiesa di una così stupenda enciclopedia filosofico-cattolica, quali gli scritti di Rosmini». Il Tondini faceva quindi suo il giudizio espresso da un professore di filosofia domenicano, secondo il quale «Rosmini è quello che meglio di ogni altro ha compreso San Tommaso». Continuava quindi riconoscendo la possibilità di malintesi a proposito del pensiero rosminiano e auspicando la formulazione di un eirenicon filosofico nella Chiesa.

Sono sempre rimasto colpito da quell’indicazione temporale (“in tempo”), che troviamo nella lettera del Tondini: Dio dotò «in tempo la sua Chiesa di una così stupenda enciclopedia filosofico-cattolica». Rosmini visse nella prima metà dell’Ottocento ( 1797-1855), e fu costretto a confrontarsi con la filosofia moderna (Kant era morto nel 1804; Hegel sarebbe morto nel 1831, l’anno dopo la pubblicazione del Nuovo saggio sull’origine delle idee). Attraverso tale confronto, egli aggiornò la philosophia perennis (Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso) per adeguarla ai tempi nuovi. Con il suo sistema filosofico, egli fornì alla Chiesa — per tempo — gli strumenti per affrontare il dialogo con la modernità. Ma purtroppo la Chiesa non si rese conto del dono che la Provvidenza le stava facendo, e preferì servirsi dei “ferri vecchi” della scolastica, riciclati da Leone XIII con l’enciclica Aeterni Patris (1879). Il Pontefice, per altro benemerito per la sua capacità di lettura dei segni dei tempi, non capì che il tomismo, che era stata la risposta adeguata alle sfide poste nel medioevo, non poteva, rimanendo tale e quale, interloquire col pensiero moderno, essendo una filosofia elaborata per rispondere a problematiche diverse. Era necessario, partendo dall’Aquinate, fare tesoro della riflessione filosofica nei secoli a lui successivi, discernere ciò che poteva essere recepito e ciò che doveva essere respinto, in modo da rendere la filosofia perenne pronta a confrontarsi col pensiero moderno.

È ciò che appunto fece Rosmini. Ed è esattamente ciò che aveva fatto San Tommaso nel medioevo nei confronti dell’agostinismo. E come Tommaso incontrò numerosi oppositori nel suo tempo, così Rosmini fu osteggiato da vivo e dopo morte, fino alla condanna delle sue “quaranta proposizioni” (decreto Post obitum, 1887). Ci sono voluti 114 anni per riconoscere che «il senso delle proposizioni, così inteso e condannato dal medesimo decreto, non appartiene in realtà all’autentica posizione di Rosmini, ma a possibili conclusioni della lettura delle sue opere» (Nota della Congregazione per la dottrina della fede, 1° luglio 2001, n. 7).

Tale riconoscimento appare tuttavia tardivo, dal momento che ormai… il danno era stato fatto. La Chiesa ha ormai perso la partita con la modernità: non è stata in grado di rispondere adeguatamente alle sfide che essa le lanciava; e questo perché priva degli strumenti intellettuali per farlo. Quando, un secolo fa, scoppiò la crisi modernista, la Chiesa cattolica pensò che, per farvi fronte, bastassero la neoscolastica e le censure. Ma né l’una né le altre furono sufficienti ad arginare le diffuse istanze — legittime o meno che fossero — di rinnovamento. A un certo punto, e con ciò arriviamo ai nostri giorni, si è capito che non si poteva continuare a ignorare tale esigenza di aggiornamento e, col Concilio Vaticano II, si è finalmente deciso di “fare i conti” col modernismo, cercando di distinguere tra ciò che poteva essere ritenuto e ciò che andava invece rifiutato. Il lavoro compiuto in Concilio è stato sicuramente prezioso, ma non è stato sufficiente a risolvere la partita: assistiamo ai nostri giorni a una radicale polarizzazione fra chi vuole rinnovare la Chiesa rompendo con la tradizione e chi vuole difendere la tradizione senza sentire il bisogno di adeguarla ai tempi che cambiano.

Personalmente ritengo che tale situazione dipenda appunto dal fatto che la Chiesa non abbia ancora gli strumenti intellettuali per confrontarsi con la modernità ad armi pari. Quegli strumenti che le erano stati offerti per tempo, nell’Ottocento, da Antonio Rosmini. Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che i doni di Dio vanno accolti nel momento in cui essi vengono fatti; non è detto che poi si ripresenti un’altra occasione. Proprio oggi il vangelo ci proponeva il rimprovero di Gesù a Gerusalemme: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi» (Lc 19:42).

Può Rosmini, oggi, contribuire a superare il difficile momento che stanno attraversando la Chiesa e il mondo contemporanei? Certamente il suo pensiero ci può aiutare, se non altro, a individuare i problemi che affliggono l’umanità odierna, a dare una lettura corretta della situazione attuale. Non so però se esso sarebbe in grado di fornire una soluzione: non dimentichiamo che si tratta di un pensiero elaborato duecento anni fa, per una realtà profondamente diversa dalla nostra. Rimane il fatto però che, come Tommaso per rispondere ai problemi del Duecento parti da Agostino, e come Rosmini per affrontare i problemi dell’Ottocento prese le mosse da Tommaso, così anche noi, per affrontare i problemi della post-modernità, non potremo fare altro che ripartire da Rosmini.

 

Kabul, dalla Missione cattolica, 22 novembre 2018

GIOVANNI SCALESE, CRSP

Ordinario cattolico d’Afghanistan

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