ROSMINI E LA LITURGIA

DON ENRICO FINOTTI

  1. Liturgia ‘culmen et fons’

Rosmini nell’opera “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa” scrive:

“Furono dunque i Sacramenti… quei riti misteriosi, quelle opere potenti, onde gli Apostoli riformarono il mondo intero… che creavano un’anima nuova dentro l’antica, una nuova vita, de’ nuovi cieli ed una nuova terra. In somma, ciò che gli Apostoli aggiunsero alla loro predicazione, fu il culto cattolico, che nel Sacrificio, ne’ Sacramenti e nelle preghiere annesse principalmente consiste. Le dottrine che colla predicazione si diffondevano, erano altrettante teorie; ma la forza pratica, la forza di operare, nasceva dal culto, onde l’uomo attinger doveva la grazia dell’Onnipossente”[1].

In altri termini egli riconosce che l’annunzio evangelico non potrebbe essere compreso dai popoli, né la norma morale della legge evangelica essere vissuta se il Sacramento non abilitasse la mente dell’uomo peccatore a comprendere il pensiero di Cristo e la sua volontà a vivere la nuova legge dello Spirito. È il culto nuovo, che consente all’opera degli Apostoli di trasformare le genti. Ed è quindi il Sacramento che ricrea le facoltà dell’uomo decaduto e lo eleva alla comprensione di una dottrina soprannaturale e di una morale impossibile alle sole forze della natura.

Lo ricorda Benedetto XVI riportando una profonda espressione di Rosmini:

Il beato Antonio Rosmini afferma che «il battezzato subisce una segreta ma potentissima operazione, per la quale egli viene sollevato all’ordine soprannaturale, vien posto in comunicazione con Dio» (Del principio supremo della metodica…, Torino 1857, n. 331)[2].

  1. La liturgia deve essere in latino

Quantunque noi abbiamo esposto lo svantaggio provenuto dall’esser cessata nel popolo l’intelligenza della lingua latina, tuttavia è alieno dall’animo nostro il pensiero che la sacra liturgia si convenga tradurre nelle lingue volgari. Non solo la Chiesa Latina, ma la Greca e le Orientali ritennero costantemente le Liturgie nelle lingue antiche in cui furono scritte, e una divina sapienza assiste la Chiesa Cattolica come nelle sue decisioni dogmatiche e morali, così nelle sue disposizioni disciplinari. Alla qual sapienza noi pienamente aderendo riconosciamo che lo svantaggio d’una lingua non intesa dal popolo nelle sacre funzioni è compensato da alcuni vantaggi, e che volendo ridurre i Sacri Riti nelle lingue volgari, si andrebbe incontro a maggiori incomodi, e si apporrebbe un rimedio peggiore del male. I vantaggi che si hanno conservando le lingue antiche sono principalmente:

  1. il rappresentare che fanno le antiche Liturgie l’immutabilità della fede;
  2. l’unire molti popoli cristiani in un solo rito, con un medesimo sacro linguaggio, facendo loro così sentire viammeglio l’unità e la grandezza della Chiesa e la comune loro fratellanza;
  3. l’avere qualche cosa di venerabile e di misterioso una lingua antica e sacra quasi linguaggio sovrumano e celeste, onde presso gli stessi gentili divennero sacre e divine le lingue antiche, costantemente mantenute nelle loro religiose cerimonie e solenni preghiere;
  4. l’infondersi in cotal sentimento di fiducia in chi sa di pregare Iddio colle stesse parole, colle quali il pregarono per tanti secoli innumerevoli uomini santi e padri nostri in Cristo;
  5. l’essere le antiche lingue oggimai conformate per opera dei Santi ad esprimere convenientemente tutti i divini misteri.

Gli incomodi poi che s’incontrerebbero in riducendo la Liturgia e le preghiere della Chiesa nelle lingue moderne, oltre la perdita dei vantaggi sopraccennati, principalmente sono:

  1. (collasso dell’unità) innumerevoli lingue moderne vi hanno, quindi oltre tentarsi un’opera immensa, s’introdurrebbe grandissima divisione nel popolo, diminuendo quell’unità e concordia che noi tanto desideriamo, e intendiamo inculcare con questo libretto.
  2. (collasso del dogma) Le lingue moderne sono variabili ed instabili, perciò si pretenderebbe in appresso un perpetuo cangiamento nelle cose sacre, il cui carattere è la stabilità. Non potendosi tanti cangiamenti continuamente ed a sufficienza ponderare, essi metterebbero in pericolo la stessa fede. Il popolo, gelosissimo dell’uniformità e stabilità del culto sacro a cui fu avvezzo fin da fanciullo, s’adombrerebbe del cangiamento, e gli parrebbe col cangiar della lingua gli fosse cangiata la religione.
  3. (collasso della Tradizione) Le lingue moderne non si troverebbero sempre formate convenientemente ad esprimere tutto ciò che di religioso esprimono le lingue antiche modificate a ciò dallo spirito del Cristianesimo per opera dei Santi.

Non ho qui enumerati tutti i vantaggi delle lingue antiche, né tutti gl’incomodi delle moderne; ma quelli solo che ho accennato bastano a dimostrare pienamente, che (conclusione) ad ovviare il danno della separazione additata del clero dal popolo nelle sacre funzioni non si può applicare il rimedio d’introdurre nelle Chiese altre lingue diverse da quelle che vi si usano consacrate dall’uso dei secoli, che anzi questo rimedio, come noi dicevamo, sarebbe peggiore del male[3].

  1. La formazione del clero

Esclusa questa via (l’abbandono del latino), non rimangono che due espedienti, l’uno di sostenere il più che si possa lo studio della lingua latina, diffondendolo al maggior numero possibile di fedeli, al che il miglioramento dei metodi, i quali ne rendano più agevole e breve l’insegnamento, potrà grandemente contribuire; l’altro di dare al popolo cristiano una diligente dichiarazione delle funzioni sacre introducendo altresì la consuetudine che i fedeli che sanno leggere (e tutti dovrebbero sapere) assistano agli ecclesiastici uffici con libri appositi, nei quali v’abbia in volgare l’equivalente di quello che nella Chiesa si recita in latino idioma. Ma chi, noi dimandavamo, applicherà questi rimedi salutari? Il Clero. Il solo Clero cattolico è quello che prima può prepararne e poi ottenerne la guarigione della piaga da noi additata. Al Clero è commesso l’esercizio di ogni industriosa carità: sulle sue labbra sta la parola di vita; Cristo ve l’ha posta a salvamento dell’umanità; esso è il sale, esso la luce, esso il medico universale. Che impedisce adunque che la medicina non si appresti sollecitamente, non si applichi? Nasce ciò da un’altra piaga della Chiesa, che non manda men vivo sangue della prima, cioè dalla insufficiente istruzione dello stesso Clero[4].

[1] A. Rosmini, Delle cinque piaghe, pp. 24-25.

[2] Benedetto XVI, Angelus del 9 gennaio 2011, in OR, 10-11 gennaio 2011, p. 6.

[3] A. Rosmini, Delle cinque piaghe, pp. 34-35.

[4] A. Rosmini, Delle cinque piaghe, p. 35.

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